13 Gennaio 2010

la nostra morale del tempo (mia e di luigi)

Ho sempre avuto un rapporto controverso col tempo, dire che ne sono ossessionata è un’inezia di chiacchiere al bar. Se guardo l’ora (in digitale, non lancette), i numeri sono sempre uguali: mi rendo conto che questo possa sembrare del tutto inattendibile ma se lo fosse, sarei schizofrenica –probabilità affascinante sotto un certo punto di vista - 14.14, 07.07 e così via. Il tempo invecchia, matura e svilisce: se non hai cura a lui non interessa, ti aspetta al varco col mitra lucido e non ammette giustificazioni o ripensamenti di sorta.

Sta nel sogno realizzato, sta nel mitra lucidato. Così cantavano i nostri genitori. Noi probabilmente non saremo mai genitori. Non ne abbiamo il tempo. Il tempo che ci tiene in ostaggio col suo mitra lucidato puntato contro. Sento il freddo della canna. Mi faccio passare una canna. Questa volta, calda. Aspiro. Caldo dentro. Freddo dentro.

Da sempre, nutro una certa antipatia per l’arroganza del tempo e ho metabolizzato il fastidio attraverso il ritardo. Io sono sempre e perennemente in ritardo, rare le volte, in cui riesco a malapena a sfiorare la puntualità piena: il mio arrivo è sempre accompagnato da qualche minuto. Mi armo di giustificazioni e penso anche di avere ragione qualche volta, ma questa probabilmente è un’opinione del tutto soggettiva… Non è colpa mia se c’è traffico o se sono preda dei buchi temporali! Cosa succede di così catastrofico da rallentarmi? Niente, solo la distrazione. Una distrazione che non mi fa staccare da un libro o da un film prima dell’attimo giusto, che mi fa guardare intorno, sotto ai piedi, sopra la testa, si perde tra gli alberi e mi fa perdere tempo per restare in tema. Dentro di me, oltre alla consapevolezza di non essere nel giusto, risuonano tutti gli accorgimenti: “saresti dovuta uscire prima se c’è traffico” - una sinfonia di mancanze che non riesco a colmare.

La vita dei puntuali è un inferno di solitudini. Così scriveva quel tale, più o meno, citazione a memoria. Memoria poco affidabile, come un ritardatario cronico. E lo aspetti e lo aspetti, anche per anni. Ché ci sono cose più importanti della puntualità. Ci sono sempre cose più importanti di quelle a cui tu invece ti attacchi con encomiabile sforzo. Autoindifferenza. Incapacità di guardare se stessi. Aspetto la mia memoria, che mi riporti immagini di felicità. Più o meno. Ingigantendo e rimpicciolendo come gli specchi della casa del luna park. Che nel frattempo ha chiuso da anni.

E’ un difetto, provo anche ad impegnarmi attenzione, perché questo non avrei dovuto mai farlo: non avrei mai dovuto decidere di diventare puntuale, anzi di arrivare persino prima. Ho scoperto un mondo a me nuovo, dove si aspetta e si deve aspettare pazientemente – ergo non si può mettere in moto e filare via, ma si deve attendere. Dieci minuti, quindici. L’attesa per un ritardatario cronico è snervante, cosa si fa mentre si aspetta? Si legge il libretto delle istruzioni della macchina, si gioca con il cellulare e si pensa con rassegnata maledizione a chi sta per arrivare. La mia vita è precipitata da quando ho deciso di diventare puntuale. Il tutto è avvenuto con estrema naturalezza, ma sono certa che il tempo mi abbia teso un’imboscata, come si fa con un criminale di guerra. Mi ha fatto credere di tenere le redini, in verità era lui a rallentare e a dilatarsi per me e anche questa volta non mi ha aspettato. Arrivare in anticipo è pari all’arrivare tardi, perché manca l’incontro con la parte centrale: il momento giusto. Un ritardatario non dovrebbe mai spacciarsi per una persona puntuale, deve restare aggrappato a quello che è fino al midollo. Un ritardatario è incapace di aspettare e il più delle volte aspetta a vuoto.

Eppure mi ha insegnato a non sprecare le mie attese. Ho imparato a portare con me un libro. A guardare le facce delle persone che mi passavano di fianco. Fermo impalato, appoggiato a quelle colonne grigie di quell’unico portico grigio di una città che sta diventando troppo grigia. Grigie anche le facce. Il puntuale si nutre di grigio, se non impara a portarsi dietro i colori.
A non guardare lo specchietto della macchina impari presto. Per non vedere il grigio dei capelli. Per non sentire il freddo della canna del mitra. Puntata alla tempia. Perché il tempo passa e ho imparato che è più importante quello che fai mentre aspetti, più importante dell’attesa stessa. Ché a un certo punto non ci fai più caso che stai aspettando, ti perdi in qualcosa e ti sembra di correre velocissimo. Sono sempre stato puntuale. Un giorno ho imparato a correre da fermo.




On air: Marta sui tubi "La spesa"

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